[...] To realize the relative validity of one’s convictions and yet stand for them unflinchingly is what distinguishes a civilized man from a barbarian.

–Joseph Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy

mercoledì 10 agosto 2016

RIflessioni sul referendum costituzionale


Egregio Direttore, 

        ci sentiamo in dovere di prendere la parola nel dibattito pubblico che tocca il tema del progetto di revisione costituzionale sul quale, come cittadini, dovremo pronunciarci in via referendaria il prossimo autunno. Riteniamo che questa riforma, unitamente alla legge elettorale (c.d. Italicum), si ispiri ad una logica di accentramento dei poteri che mina agli equilibri istituzionali, sancendo la preminenza del Governo sul Parlamento e comprimendo, come non mai in epoca repubblicana, la rappresentatività delle istituzioni. 

Anzitutto è necessario evidenziare come la riforma rafforzi in misura esorbitante il ruolo dell’Esecutivo mentre contestualmente il Parlamento, unica istituzione diretta espressione del corpo elettorale, finisce in secondo piano, perdendo la propria soggettività e divenendo, strutturalmente, organo di ratifica dell’agenda politica del Governo. É in questo ambito che si innestano gli effetti distorsivi dell’Italicum, una legge elettorale che attribuisce ad un’unica lista, anche di minoranza, un premio tale da consentirle di ottenere sempre una maggioranza in Parlamento che sia funzionale al perseguimento degli obiettivi di un Governo, anch’esso espressione di quella lista. Dietro questo si cela il mito della “governabilità”, Minotauro al quale tutto va sacrificato, cioè l’indimostrata idea secondo la quale solo un Paese dotato di un Governo forte, stabile e duraturo possa rispondere con sufficiente prontezza alle esigenze dei cittadini. In realtà, l’immedesimazione della maggioranza parlamentare nel Governo, prodotto di questa riforma, altro non farà che snaturare il ruolo delle opposizioni, annullare la dialettica parlamentare (che viene descritta come inutile e di intralcio alle decisioni) spostando l’asse da una democrazia parlamentare ad una democrazia “d’investitura” (o, come sostengono alcuni studiosi, ad un “premierato assoluto”).

Inoltre, è difficile mascherare un certo scetticismo relativamente alle modalità con le quali l’attuale Governo intende perseguire la “semplificazione”: sotto il profilo della produzione legislativa, la riforma in questione moltiplica i procedimenti rendendoli confusi e incerti; nell’ambito del riparto delle competenze tra Stato e Regioni, l’eliminazione della potestà legislativa concorrente, in un’ottica ancora una volta di accentramento, oltre a svilire le autonomie territoriali, rimette in discussione un assetto a malapena raggiuntosi a seguito della riforma del Titolo V del 2001 e viene operato utilizzando categorie fumose e criteri poco definiti; il bicameralismo paritario non scompare affatto (contrariamente ai proclami e mantra governativi), ma permane per una serie di materie anche particolarmente rilevanti; il Senato vede sì ridotto il numero dei propri membri, ma di esso non appaiono chiari né il ruolo, né le competenze, né, tantomeno, le modalità di elezione. Sempre sul “nuovo” Senato, occorre ricordare che i costi della politica, al netto dei tagli, sostanzialmente non mutano: la struttura e l’organizzazione interna rimangono. In ogni caso, riteniamo che il reale problema non sia la quantità, ma la qualità dei rappresentanti di un Paese e la concreta possibilità che essi hanno di incidere nel contesto democratico. La democrazia è sicuramente un regime politico esigente, in termini di costi e tempi procedurali e decisionali, ma non pensiamo che questa sua fragilità possa essere un buon motivo per tradirne i fondamenti, modificarne gli istituti.

Siamo infine convinti del fatto che la Costituzione italiana non sia soltanto, sotto il profilo tecnico-giuridico, la norma fondamentale dell’ordinamento, ma rappresenti soprattutto, come alcuni ricordano, la “casa comune”, quel “testamento di centomila morti” nel quale tutti debbono potersi riconoscere e ritrovare. Cambiarla, con un ampio progetto di riforma prepotentemente avanzato dal Governo, approvato nottetempo ed in costante urgenza, fuori dal confronto con le opposizioni e la società civile, è la strada che intendiamo accettare?  Noi rispondiamo NO e crediamo che ne esistano altre, talvolta faticose, fatte di dialogo, confronto e partecipazione.


Marco Castelli e Marco Ladu
agosto 2016



Lettera pubblicata sul Giornale di Brescia: http://www.giornaledibrescia.it/lettere-al-direttore/distorsiva-logica-di-accentramento-dei-poteri-1.3110366

lunedì 31 agosto 2015

I morti sui barconi non sono entità astratte

http://www.giornaledibrescia.it/lettere-al-direttore/i-morti-sui-barconi-non-sono-entit%C3%A0-astratte-1.3034359

sabato 4 aprile 2015

L'Italia ripudia la guerra

“L’Italia ripudia la guerra, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad uno ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo
(art. 11 Costituzione)

Tra gli articoli più conosciuti e citati della Costituzione italiana spicca sicuramente l’articolo 11, quello contenente i principi fondamentali relativi all’azione della Repubblica nel contesto internazionale: stampato su striscioni e magliette e divenuto slogan delle manifestazioni pacifiste ed ha vissuto una fortuna che ne ha fatto spesso superare il mero dato giuridico per aprirsi ad una concezione valoriale ed immediata: NO ALLA GUERRA!

Il termine più caratteristico del testo – e che ne ha garantito gran parte del “successo” - è sicuramente “ripudia”, che non era presente nell’articolo presentato dalla Commissione, ma venne inserito nel dibattito in Aula, ritenendo “che, mentre condanna, ha un valore etico più che politico-giuridico, e rinunzia[1] presuppone, in un certo modo, la rinuncia a un bene, a un diritto, il diritto della guerra (che vogliamo appunto contestare), la parola ripudia, se può apparire per alcuni richiami non pienamente felice, ha un significato intermedio, ha un accento energico e implica così la condanna come la rinunzia alla guerra”[2]
Tuttavia, anche se ritenuto “infelice” per i riferimenti storici all’allontanamento del coniuge, lo stesso termine evidenzia il rifiuto di quella cultura di potenza e di morte che l’Italia fascista aveva abbracciato con la seconda guerra mondiale: ripudio quindi, della cultura fascista, la quale, tramite l’esaltazione della guerra (“igiene del mondo!” secondo Marinetti) aveva provato a costruire una nazione di soldati. L’articolo 11 pertanto si pone radicalmente ne “la più netta antitesi del passato di aggressione e di conquista”[3] voluto da “una classe dirigente superata”[4]

Con l’opposizione al passato si chiarisce anche il fortissimo coordinamento  (“unità morale”, venne definita nella discussione)[5] -, rappresentato dallo sviluppo del testo in un unico comma con il riferimento alle “limitazioni di sovranità” necessarie agli ordinamenti internazionali (si pensava sicuramente all’ONU, ma anche, con forte speranza, all’Europa [6])
Venne infatti evidenziato “che quasi tutte le rovine che si sono verificate in questi ultimi tempi, sono dovute alla protervia con cui ogni Stato ha voluto sostenere in modo assoluto, senza limitazioni, la propria sovranità. Se si vuole veramente arrivare ad un lungo periodo di pace tra i popoli, bisogna invece che le Nazioni si assoggettino a norme internazionali che rappresentino veramente una sanzione.”[7]
Se l’unione dei due temi in un unico comma è stata decisa in commissione[8], il coordinamento era sotteso anche nelle intenzioni dell’estensore dell’articolo, Giuseppe Dossetti, (DC), il quale era sostenitore di una visione – derivatagli dal suo ecumenismo cattolico - secondo la quale le comunità di donne ed uomini del Pianeta preesistono agli Stati e dunque  formano una comunità unica: ogni guerra è pertanto una “guerra civile” e per evitarla è necessario recuperare un ordine giuridico internazionale.


Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari
(art. 78 Costituzione)

Tuttavia, com’è normale, la Costituzione non si ferma a parlare della “pace”, ma traccia anche i necessari impegni istituzionali nel caso di conflitto[9] e, soprattutto, i necessari e stringenti passaggi formali per dichiarare guerra (aspetto in fase di revisione con la riforma costituzionale in discussione alle Camere in questi mesi).
Nonostante ciò, com’è certo che negli ultimi anni molti militari, sotto le bandiere tricolori o quelle blu dell’ONU, siano morti in campi di battaglia lontani, è anche evidente che le Camere non abbiamo mai dichiarato, seguendo le norme Costituzionali, lo stato di guerra.
Tutte le volte si sono utilizzati altri atti parlamentari, molto meno impegnativi e solenni, con la giustificazione che le attività in discussione non erano “guerre” ma “missioni di pace” o “umanitarie”, operazioni di “peace-keeping” e “peace-enforcing”, utilizzando il vecchio motto latino “se vuoi la pace prepara la guerra” per operare una sorta di “frode delle etichette”.
Indipendentemente dalla legittimità di questo agire, molto discussa in dottrina anche se con prevalenti accenti critici[10], sarebbe importante provare a chiederci se, oltre questi diversi nomi, cambi qualcosa rispetto alle guerre tradizionali che possa giustificare queste azioni militari-ma-non-di-guerra nel nostro quadro costituzionale. Ovviamente la speranza sarebbe quella, almeno, di un cambiamento che porti queste operazioni ad essere meno letali, anche se le percentuali sui morti civili in questi nuovi conflitti sembrerebbero sostenere il contrario. Sarebbe infine necessario provare a rispondere alla radicale domanda, posta da Luigi Ferrajoli[11], se si possa parlare realmente di “guerra a tutela dei diritti” oppure se questa espressione non sia che un vuoto ossimoro ideato per servire antiche ma sempre nuove politiche di potenza.

Le risposte sono difficili e toccano le convinzioni personali di ciascuno ma, anche per questo, servirebbe una discussione profonda, che non si fermi alla convenienza di politica interna o all’interesse internazionale (od economico?) del momento, che tenti di arrivare ad una interpretazione completa di guerra e di pace (solo una “condizione di assenza di conflitti”, come dice il dizionario?), riscoprendo il vero dell’articolo 11 della Costituzione, spesso semplificato in slogan o usato come mero dato tecnico, sul quale giocare con le interpretazioni.




[1] Termine presente nella formulazione iniziale
[2] Ruini; Presidente della Commissione per la Costituzione; Assemblea Costituente, discussione generale 24 marzo 1947; pg. 2432
[3] Ruini; ibidem; pg. 2434
[4] On. Zagari; Assemblea Costituente, discussione generale 24 marzo 1947; pg. 2433
[5] Intervento dell’On. Zagari; pg 2430 Discussione generale (24 marzo 1947)
[6] Disse, con forza, l’onorevole Bastianetto, il quale avrebbe voluto veder inserito un riferimento chiaro, nell’articolo, alla futura ed, allora, incerta costituzione di una forma di unità europea “Ora, onorevoli colleghi, noi non sappiamo quale sarà l’avvenire dell’Europa;  2431
[7] Corsanengo; Prima Sottocommissione. Il resoconto prosegue: “Fare una Costituzione moderna che finalmente rompa l’attuale cerchio di superbia e di nazionalismo, e sia una mano tesa verso gli altri popoli, nel senso di accettare da un lato delle limitazioni nell’interesse della pace internazionale e col riconoscere dall’altro un’autorità superiore che dirima tutte le controversie, gli sembra che sarebbe mettere la Repubblica italiana tra i pionieri del diritto internazionale” (Corsanego; Prima sottocomissione 453
[8]
[9] Ad esempio la proroga delle funzioni delle Camere per l’impossibilità di svolgere le elezioni
[10] La prassi relativa alla non adozione di una dichiarazione di guerra per seguire i conflitti armati è solitamente denunciata come “frode delle etichette”.
“Quanto alla procedura adottata dagli organi di indirizzo politico la scelta di provvedere mediante deliberazioni non legislative, quali mozioni e risoluzioni parlamentari di approvazione di deliberazioni governative, essa interpreta correttamente il “principio della riserva parlamentare della decisione” (P. CARNEVALE, Il ruolo del Parlamento e l'assetto dei rapporti fra Camere e Governo nella gestione dei conflitti armati. Riflessioni alla luce della prassi seguita in occasione delle crisi internazionali del Golfo Persico, Kosovo e Afghanistan, in Atti del convegno su “Guerra e Costituzione”, Università di Roma 3, 12 aprile 2002, in corso di pubblicazione. Contra C. DE FIORES, cit., 25). In particolare, la mancata deliberazione dello stato di guerra - ex art. 78 Cost. – “non sarebbe un fatto in sé costituzionalmente censurabile se ed in quanto avvenuta in presenza di una decisone parlamentare circa l'intervento dei militari italiani”, in quanto devono essere tenuti distinti i “pronunciamenti sulla guerra” dai “pronunciamenti sullo stato di guerra” (P. CARNEVALE, cit.).” (Costituzionalismo.it; Guerra e Costituzione)
[11] L'ONU, in Rivista del manifesto, 15.02.2003

sabato 24 gennaio 2015

Recensione: "La disobbedienza civile" di Henry Thoreau


Il solo obbligo che io ho il diritto di arrogarmi è di fare sempre ciò che credo giusto
(Thoreau; La disobbedienza civile)

 “Gli ordini che tu gridi non hanno tanto nerbo da far violare […] regole sovraumane, mai scritte. […] Regole non d’un ora, non d’un giorno fa” dice Antigone al sovrano Creonte, iniziando nella tradizione occidentale, l’idea dell’opposizione al potere costituito.
Se nei secoli successivi il suo esempio ha trovato espressione soprattutto come resistenza contro il potere assoluto e dittatoriale ed in tale veste ha trovato prima dignità di principio costituzionale nella Convenzione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 e poi definitiva accettazione universale nel "metodo nonviolento" applicato di Ghandi, la continuazione forse migliore del contrasto dell'eroina sofoclea penso si possa trovare nel pamphlet le “La disobbedienza civile” (1849) del filosofo Henry David Thoreau.
Questo scritto, nato per criticare la schiavitù e le guerre espansionistiche del giovane stato americano, ha il merito, grazie anche alla tipica visione individualista-liberale statunitense, di riportare ad un livello personale  il contrasto: non contro un’oppressione politica ma per la ben più solitaria e radicale disapprovazione delle scelte governative.
“Ciò che io devo fare, è procurare di non prestarmi all'ingiustizia che condanno”, scrive Thoreau, facendo quindi derivare da questo assunto il suo rifiuto a pagare imposte che potrebbero essere utilizzate per guerre e per sostenere lo schiavismo nel sud.
“Penso che dovremmo essere uomini prima di essere sudditi. Non é da augurarsi che l'uomo coltivi il rispetto per le leggi ma piuttosto che rispetti ciò che é giusto” prosegue il filosofo, toccando tuttavia quello che può essere considerato il punto più fragile del suo discorso: qual è il vero giusto? Quale giusto può essere più giusto degli altri? E come volere affermare il proprio giusto in un contesto nel quale la volontà generale ha dato altre risposte?
Ferite aperte nella nostra società, se non addirittura alla base stessa delle nostre democrazie.
É stato scritto che “Antigone deve sfidare Creonte per essere Antigone, perché Creonte sia Creonte” , eliminando quindi ogni possibilità di sintesi tra i due “giusti” antitetici. Forse, dopo le varie utopie e distopie di stato etico, corporativo ed organico del Novecento, non possiamo che essere d'accordo con questa affermazione…
Al riguardo il filosofo inglese Popper soleva dire che il nucleo della democrazia non va cercato nei meccanismi istituzionali più o meno efficienti, ma in quell’atteggiamento per cui non ci si arrende mai : arrancando a tentoni, ponderando nell’impegno politico ideale e prassi, utopia e fermezza, ma sempre convinti – con Thoreau - del fatto che "Non importa quanto piccolo possa sembrare l'inizio: ciò che fu fatto bene una volta, è fatto per sempre"

martedì 4 novembre 2014

Caro Cecco

27/X/2014
cimitero di S.Francesco di Paola

Caro Cecco,
      ho molti ricordi che mi si accavallano nella mente, nonostante il breve tempo passato assieme, e mi sento particolarmente a disagio, in quanto, nonostante il contesto in cui ci troviamo e nonostante la drammatica notizia della tua morte, non posso che sorridere quando ripercorro i momenti che ho vissuto con te.
Sorrido, quando ricordo una tua discussione con Lino sul numero di ragazze incontrate da partigiani. "Ogni donna a lui dona un sospir", vero?
Sorrido, quando ripercorro il corteo del 25 aprile di Roncadelle che, ad un certo punto, si biforca, con i gonfaloni ufficiali che vengono portati verso la chiesa e le delegazioni dell'ANPI, guidate dal tuo passo lesto, che si dirigono al bar per festeggiare l'anniversario.
Sorrido, quanto richiamo alla mente il tuo tono da cospiratore mentre mi raccontavi di come uscivi di casa per andare a mangiare la carne che, nella tua famiglia vegetariana, non trovavi.
Sorrido, quando ripenso alla tua spiegazione per il fatto che se sui muri si scriveva W STALIN non era solo per motivazioni ideologiche, ma anche perché Churchill nessuno sapeva esattamente quante “h” avesse.

Sei riuscito a farmi sorridere anche pensando a quando, davanti alle ingiustizie ad ai processi ai quali venivano sottoposti, per furto, i partigiani, hai provato a risalire in montagna, sfidando ancora una volta la storia. Ti fermò Nicoletto, allora, da quel tentativo che forse era di altri tempi, esclusi ormai i comunisti dal governo, ma che dimostrava ancora la tua adesione spontanea, naturale, ad un'idea di giustizia basata sul riconoscimento dell'impegno personale, sulle opere umane, non sulle rendite di schieramento e sull’accettazione passiva delle situazioni contingenti.
Ed è stata la stessa idea di giustizia che ti aveva portato, appena sedicenne, appena entrato in fabbrica, ad organizzare con i tuoi compagni le prime azioni di ribellione, coperte da motivi sindacali, contro il potere tirannico.
Ed è stata la stessa ricerca che ti faceva sentire ancora oggi in colpa per aver mangiato, un giorno, la minestra riservata alle tue sorelle. Era una storia che raccontavi sempre, un po’, forse, per descrivere ai ragazzi che ti ascoltavano cosa volesse dire avere veramente fame, un po’, forse, per espiare con te stesso un senso di colpa che da allora ti sei portato appresso.

Il tuo sorriso diventava estremamente serio solo quanto ripercorreva gli anni della dittatura. Quando raccontavi delle tue battaglie, delle fughe, delle donne che ti hanno salvato, dei tuoi giovanili dubbi di fede. Avevi infatti solo sette anni quando, partecipando con la tua scuola elementare all’inaugurazione di Piazza Vittoria, guardando i preti benedire carrarmati e soldati, immaginavi ministri di culto stranieri fare lo stesso con altri simboli, con altri soldati, con altri strumenti di morte e ti domandavi se Dio avesse potuto davvero volere una guerra e la violenza sul mondo.

E a quella violenza che veniva benedetta in piazza tu eri stato educato fin da bambino durante il regime fascista. Hai sentito lo schiaffo ed il rimprovero della maestra solo per aver cantato una canzone che conteneva la parola “libertà”. E a quella violenza tu hai risposto con la ribellione, con la lotta partigiana in prima linea.
Ho sempre ammirato e trovato segno di una profonda onestà come tu difendessi quella scelta, nella tua situazione l’unica possibile, e come non la nascondessi sorvolando sui momenti di lotta e di sangue. Ne parlavi, invece, con pudore, ma nel tentativo di far capire ai tuoi interlocutori cosa fosse stato veramente il regime fascista, e sapevi che ciò non poteva che essere fatto tramite la descrizione veritiera di quello che era stato necessario fare per liberarsene. Perché solo capire l’orrore di quelle vicende, del fucile tra le mani, poteva evitare di doverle ripetere.

È per non far rivivere ai tuoi nipoti quei drammi che hai combattuto tutta la vita, tramite un impegno indefesso nell'ANPI, nel quale sei stato consigliere nazionale e presidente onorario provinciale, come nella vita sociale e politica del tuo quartiere, della tua città.
Un impegno che non si è fermato nemmeno negli ultimi anni, nei quali, per uno come te, dev'essere stato difficile orientarsi, tra twitter e facebook, post e follower. Volevi però sempre, e di questo non ti si ringrazierà mai abbastanza, dare il tuo contributo, essere semplicemente presente senza mai aver bisogno di apparire. Mi dicevi che era questo il motivo che ti aveva portato a prendere negli ultimi anni la tessera del principale partito del centro sinistra: volevi dare il tuo sostegno al bisogno di una ricerca di quell’unità che aveva consentito la vittoria nella guerra di Liberazione e che poi la sinistra è riuscita solo in pochi momenti a raggiungere, portando a molte delle sue sconfitte.

Ricordo infine ancora il tuo sorriso, che dimostrava della felicità della tua presenza, il tuo sguardo attivo, il saluto che faceva capire come tu avessi sempre molte cose da dire, da raccontare, come facevi con Lino, sempre a discutere, come se ogni incontro fosse solo una parte di un dialogo iniziato chissà dove e forse mai davvero finito, e che procedeva, ora accorato ora tranquillo, al tavolo del saloncino 28 maggio, prima dei consigli provinciali, come nei vostri incontri settimanali o prima di una qualsiasi manifestazione.
Si capiva che avevi piacere a comunicare e parlare con tutti, a raccontare ai giovani, ai ragazzi e alle ragazze delle scuole, le tue esperienze, la tua storia, in prossimità della festa della Liberazione

Avevi, Cecco, uno sguardo stupito sul mondo, e so che questo sarà una cosa che mi mancherà tantissimo. Ti guardavi in giro come se fossi sempre in cerca di qualcosa di nuovo da scoprire, da imparare o semplicemente di bello da guardare.
Ricordo il tuo stupore quando, in Nuova Resistenza, è entrata una ragazza dai tratti orientali. Eri stupito da ciò, di come il mondo fosse sempre più piccolo, ed anche lì facevi sempre domande, dal generico "Capisci bene l'italiano" a quelle più specifiche su Mao e la rivoluzione culturale

E’ stato scritto che “brevissima e ansiosissima è la vita di quelli che dimenticano il passato, non curano il presente, temono il futuro: giunti all’ultima ora, tardi comprendono, disgraziati, di essere stati tanto tempo occupati a far nulla” (Seneca; De brevitate vitae) La tua vita, Cecco, è stata invece piena, lunga. Tu non hai dimenticato il passato, ma hai avuto il coraggio di confrontarti con esso: sei sempre stato, infatti, in dialogo con la storia, quella “storia come luogo d’incontro fra gli uomini”, e forse è stato questo a permetterti di non diventare mai l’ombra di te stesso, ma di essere combattivo fino all’ultimo e di non dimenticarti del presente, ma di avere il coraggio di non sottrarti mai a questo.
Tu non hai avuto infine paura del futuro, nel quale, nonostante tutto, nonostante forse non riuscissi a leggerlo completamente, confidavi, guardando ai tuoi nipoti, ai giovani a cui dialogavi nelle scuole, condividendo pensieri e sogni.

La tua vita, Cecco, è stata lunga, coraggiosa, piena, ricca, significativa per tutti quei ragazzi e bambini per i quali sei stato un'immagine bella della storia, e importante per noi tutti che ti abbiamo conosciuto

Addio partigiano.
Grazie di tutto,



Roncadelle; 25 aprile 2014

lunedì 19 maggio 2014

Piazza Loggia 40 anni dopo

Le radici dell’uomo sono tanto più salde quanto più si impossessa del suo passato”
(Nietzsche; Sull’utilità e il danno per la storia nella vita)

Passano lente le mattine in Piazza della Loggia. Un turista fotografa la piazza. La Loggia, qualche epigrafe, l’orologio. Di quella colonna sbrecciata dove 40 anni fa venne posta una bomba, di quel semplice monumento che ricorda otto vite, nelle sue fotografie, nelle sue memorie, non resterà traccia. Si dirige verso piazza Paolo VI passando sotto l’orologio. Non si ferma a leggere la convocazione della lontana manifestazione antifascista. Un gruppo di studenti che esce dal palazzo comunale attraversa la piazza avvicinandosi alla stele. Si fermano sulla lapide che ricorda dove fu scagliato il corpo di Alberto Trebeschi. Il professore comincia a parlare. Alcuni studenti ascoltano. Altri chiacchierano e scrivono al cellulare. Intanto un ragazzo va a riempire una bottiglietta alla fontana. Chissà se sa che la posizione di quella fontana entrò nel processo, allungandolo. Insieme ad altri fatti e depistamenti aumentò i dubbi permettendo, negli anni, di far perdere al processo accusati, testimoni, forza. L’allungò, permettendo alla sedia degli imputati di restare quasi sempre vuota. “Sembra un processo a dei fantasmi” diceva Manlio Milani.
E chi insegue i fantasmi rischia di sembrare folle agli occhi di chi non li conosce.

sabato 26 aprile 2014

Discorso a Roncadelle per il 25 aprile


Salve a tutti. Buona mattina! Buon 25 aprile!
sono davvero onorato di avere l’opportunità di essere qui con voi oggi e ringrazio di cuore le associazioni che, insieme al Comune di Roncadelle, anche quest’anno hanno organizzato questa commemorazione. In primis la sezione ANPI Peppino Impastato, della quale fa parte anche il presidente onorario dell’ANPI provinciale Cecco Pellacini, che tutti i giorni ed in particolare oggi dovremmo ringraziare per la sua scelta di settant’anni fa, e, per la prima volta, anche il Movimento Nonviolento di Brescia.
Nonviolenza e Resistenza quindi. Un binomio che, se inizialmente potrebbe sembrare quanto meno particolare è, in verità, forte di senso e di significati e di nuovi stimoli per l’oggi
.

lunedì 14 aprile 2014

Discorso all'OM-IVECO per il 25 aprile

14 aprile 2014; h 14:00
FIAT – OM IVECO


Care lavoratrici e lavoratori dell’IVECO,
            devo confessare una certa emozione nell’intervenire davanti a voi in questa occasione; e certamente l’emozione è accresciuta anche dal fatto di dover parlare da giovane in nome dell’associazione che rappresenta chi ha combattuto la guerra di Liberazione, e cioè l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Una scelta, quella dell’ANPI di coinvolgere i giovani nelle celebrazioni e nella vita dell’associazione, che vuole incarnare il senso della continuità del messaggio della Resistenza anche oltre i limiti della generazione che ha vissuto direttamente l’oppressione nazifascista, provando a tradurre i valori che hanno guidato la Resistenza partigiana nelle sfide dell’oggi.

martedì 8 aprile 2014

Il tema dell'altro in Kapuscinski


Mi considero uno studioso dell’Alterità: di altre culture, di altri modi di pensare, di altri comportamenti. Voglio conoscere un’estraneità intesa in senso positivo, ed entrarci in contatto per capirla.
(Ryszard Kapuściński; Lapidarium)


Ryszard Kapuściński è forse il più grande reporter del XXI secolo, sia per gli scenari e i paesi visti e raccontati, ma, soprattutto, per  la sua capacità di raccogliere tutte le sue riflessioni in grandi snodi tematici, tra i quali spicca in particolare il “problema dell’altro”.
Per il reporter, autore di un genere letterario corale come il reportage, l’altro è un essere misterioso ed affascinante. Un insieme di caratteri culturali comuni e di volontà personale che rende ogni incontro un fatto unico ed irripetibile. Ma l’incontro con l’altro non è solo questo, è anche “lo specchio in cui guardarsi e capire chi si è”.
Questa relazione inizia e finisce con l’appello socratico: “Nosci te ipsum” (Conosci te stesso), in quanto il senso della propria identità è sia il necessario punto d’inizio per un incontro che possa essere fecondo, sia il dato che viene arricchito dal confronto e dal contatto con gli altri.

martedì 31 dicembre 2013

Ciao bello

È difficile riassumere in poche parole il dolore per la tua morte, Lino.

Per me poi è come se stessi salutando due persone. Il Lino conosciuto e il Lino che ancora non ho avuto tempo di incontrare.
Il Lino con cui si poteva bere il caffè verso le 10:30 all'ANPI e il Lino al quale vorrei chiedere ancora mille spiegazioni, mille altri approfondimenti... 
Il Lino di cui piango la mancanza, quello del caffè, e il Lino di cui piango l'assenza, quello delle domande ancora in sospeso... 
So che siamo in tanti oggi con questo doppio lutto da portare...
Quante questioni ho ancora in sospeso, domande, specificazioni che ero sicuro di poterti sempre chiedere in un "dopo" mai purtroppo meglio identificato...

martedì 19 novembre 2013

Convegno: "Ventotene, isola di confino"



"Ventotene è uno scoglio squallido, un atomo di miseria nella distesa immensa del mare"
(Umberto Terracini)


Ventotene è uno sputo di terra nel mare davanti a Formia.
È una delle isole dell'arcipelago pontino.
È, come ricorda Terracini, uno dei tanti “atomi opachi del male” che uniscono in una vergognosa catena molte piccole isole, che da sperduti paradisi naturali in i cui cittadini vivevano grazie ad un’economia di sussistenza si sono trasformati in crudeli prigioni a cielo aperto, nelle quali il fascismo pensava di riuscire a confinare le idee a lui contrarie.
Pensava, perché si è sbagliato.

Manifestazione #NOF35 a Ghedi



Aderiscono inoltre alla manifestazione:
Consorzio Tavolo della Pace Franciacorta-Monte Orfano
ARCI Brescia
Circolo ARCI Colori e Sapori
Fondazione Guido Piccini per i Diritti dell'Uomo ONLUS
Libera Brescia
Gruppo Don Milani Brescia
Gruppo Emergency di Vallecamonica
CGIL - Camera del Lavoro di Brescia
Sinistra Anticapitalista
Sinistra a Gussago
ADL
Circolo ACLI di Castenedolo,
Gruppo "Noi siamo Chiesa"
Consulta della Pace del Comune di Brescia


Per chiedere ulteriori informazioni sulla missione si può scrivere ai contatti:
 - ruscelloimpetuoso@gmail.com  (Marina)
 - movimentononviolento.bs@alice.it (Adriano)

o chiamare al seguente numero:
 - 339.6243617 (Adriano)

Per aderire alla manifestazione come gruppo o associazione scrivere per favore al contatto mail:
comitatobrescianonof35@gmail.com

domenica 17 novembre 2013

Una firma per dire no agli F35

Che gli F35 siano uno tra i più grandi sprechi degli ultimi anni è chiaro. (Tanti anni, considerando che il progetto è iniziato nel 1996)
Che sia difficile fermarli è ugualmente chiaro.
Che si possa provarci con una firma, forse, è già più interessante.