[...] To realize the relative validity of one’s convictions and yet stand for them unflinchingly is what distinguishes a civilized man from a barbarian.

–Joseph Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy

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venerdì 10 maggio 2013

Addio Calini


Ti conosco, Calini. Ti ho visto in tutte le luci del giorno e della notte. Più volte ho visto il tramonto dal ballatoio. Meno frequentemente l’alba, ma quelle occasioni sono forse ricordi più belli. Conosco alla perfezione quanto tempo ci mette la macchinetta a fare il caffè espresso senza zucchero: è ormai un automatismo prenderlo senza nemmeno controllare se è pronto. So quanti scalini ci sono tra un’ala e l’altra. So quali sono gli ingressi per i sotterranei e come relazionarmi con ogni bidello o segretaria.
Ma tu forse sai più di me di quanto io potrò mai scoprire su di te. Non lo so. Non so nemmeno se mi piacerebbe saperlo o no.
So che mi hai cambiato, Calini. Mi hai fatto mutare a tutti i livelli. Mi ha cambiato in molte cose. Forse in troppe. Non so se sempre in meglio.  Mi ha insegnato allo stesso tempo a rapportarmi con i miei compagni di classe, cosa che ho sempre avuto difficoltà a fare alle medie, ed anche a sperare che fossero loro gli agnelli sacrificali delle interrogazioni dell’ora successiva. Non è bellissimo… Hai ben da dire tu che è la vita. “Bellum omnium contra omnes”. “I capponi di Renzo”. Sì, certo. Ma forse preferivo per questo aspetto prima, quando la mia scuola non era ancora una questione di sopravvivenza giornaliera contro il fato dei “numerini” estratti.


mercoledì 8 maggio 2013

Il testamento di Andreis


1 Non era sterminato il cìelo, 
e l’aria estiva d’ardore virile 
piena pesava nell’attesa fredda 
del nemico invasore e del fascista.  


Ma come narrare a te,  giovane, 
quelle passioni politiche assurte 
a fede,  e quel disagio profondo  
che genera nell’animo l’oppressione,
ed il groppo alla gola nel vedere 
10 ogni giorno stuprata la Libertà  
nei palazzi da cui magisterava
prima. Prima del fascismo, della 
guerra, prima della montagna amica 
e del fucile accanto al giaciglio,
e prima di sentir tagliato il cielo 
dal rombo di Pippo. Sì, fa ridere, 
oggi quel nome che a noi mortifero 
rompeva il sonno ora è divenuto 
solo un altro elemento della futura 
20 incomunicabilità. Ma pesa, 
questa, già, su di me e su di voi, 
anche se non ce ne accorgiamo appieno, 
in questo mondo che corre veloce.

Prova a pensare all’odore secco 
dei campi duri di lavoro al confino
mentre sotto gli sguardi delle guardie 
si faceva resistenza parlando,
umanamente, fra nuovi compagni. 
Immagina entro le diverse nebbie 
30 dei diversi campi di battaglia,
lo stesso nemico che nero stava 
dalla Spagna, per la Francia, in Italia. 
Immagina il rumore degli spari 
rotto solo dal flebile ed eroico 
canto: “Bella Ciao”. Ma soprattutto 
pensa al festoso lavoro e alla lotta
della rifondazione antifascista, 
della convulsa vita politica 
vissuta, ancora, come strumento 
40 per costruire insieme un’Italia 
migliore. Un’Italia senz’incubi, 
un’Italia senza persecuzioni:- 
il nostro vero desiderio per voi.  


venerdì 22 febbraio 2013

Avanzamento programma di Listabbestia


Siamo ormai a metà dell'anno scolastico, e sono passati quattro mesi dalla mia rielezione a Rappresentante d'Istituto del Liceo Calini. Cos'è stato fatto rispetto al programma elettorale di ottobre? (http://marcastels.blogspot.com/2012/11/volantino-listabbestia.html)

1 - Riduzione dei giorni di riconsegna delle verifiche
Portata questa istanza in Consiglio d'Istituto, che ha accettato la mia mozione ed approvato la riduzione dei giorni di riconsegna delle verifiche da 20 a 15.



2 - Direttivo aperto
Come Presidente del Direttivo studentesco ho tentato di dare sempre la massima visibilità agli incontri del Direttivo, ed a tal riguardo ho anche chiesto ed ottenuto l'utilizzo di una bacheca all'ingresso della scuola per rendere più agevole la comunicazione.

Sono anche riuscito ad ottenere che qualsiasi studente possa rappresentare il Direttivo studentesco anche senza esserne parte eletta, in modo da rendere più assidua e volontaria la presenza nelle singole commissioni scolastiche




3 - Sostegno ai gruppi studenteschi interni alla scuola
Credo che il sostegno ai vari gruppi scolastici sia stato, anche quest'anno, più che sufficiente per permettere che tutte le loro istanze abbiano potuto avere una rappresentanza istituzionale ed una via diretta di risoluzione.


marco castelli

giovedì 21 febbraio 2013

"Lamento ad un'ipotetica platea interessata alle tristi sorti della scuola pubblica" - seconda parte


Tutte queste cose credo ci possano dimostrare come si stia aprendo una sempre più netta spaccatura fra il mondo reale. Il mondo reale in tutti i sensi, sia il mondo del lavoro sia il mondo dei bisogni e delle ricerche dei giovani. Ma ci si può permettere questa situazione? Una società si può permettere che la scuola venga rigettata, messa in un angolo da tutti i suoi abitanti? E purtroppo con la scuola vengono dimenticate anche tutti gli insegnamenti, tutti i concetti alla base della nostra civiltà dei quali la scuola è la legittima e forse unica portatrice.
Si può evitare questo? Di sicuro, non con la strada che il Ministero dell’Istruzione sembra seguire.
Perché oggi, per come in questi ultimi anni è stata disegnata, la scuola deve diventare una scuola-azienda, un luogo spersonalizzante, dove la nostra vita, perché sì, secondo me quella a scuola è, e deve essere ancora vita nel senso più puro del termine, è guidata da medie, registri di presenze, monte-ore, badge elettronici, etc. Perché tutto questo? Per la meritocrazia?
Vi sembra che si possa parlare di meritocrazia quando un sondaggio, eseguito poco tempo fa in un liceo bresciano, ha dimostrato che l’80% degli studenti va a ripetizioni private? Vi sembra che si possa parare di meritocrazia in queste situazioni? Meritocrazia di chi ha i soldi per pagare anche 40 euro all’ora di lezioni private, non per gli altri!
 E questo perché bisogna terminare i programmi, e non c’è tempo per fermarsi di più su un argomento. Non si può fare una lezione di esercizi in più perché il tempo è poco, le ore sono poche ed i programmi sono sterminati. Quindi vince chi si paga le lezioni private. Ma gli altri?

Bisognerebbe riscoprire la maieutica. Il fatto che i ragazzi non siano dei vasi da riempire di nozioni, ma dei giovani uomini con cui dialogare, con cui continuare la narrazione della nostra storia. Bisogna ripartire dalle competenze, non dalle conoscenze asistematiche che sembrano essere l’unico obiettivo dell’istruzione italiana. E non è una differenza scontata. Perché le competenze vanno imparate, maturate, sviluppate, sono le conoscenze che possono venire inculcate, per utilizzare un lessico culturalmente volgare che purtroppo ci siamo abituati a conoscere.

Ma la nostra, ad oggi, è una scuola che taglia, oltre ai bilanci, i sogni, e che svilisce le passioni di coloro che la abitano, dagli studenti ai professori. Gli studenti italiani oggi hanno bisogno di un’istituzione che urli che “sì, in un paese civile di cultura si vive”. E i professori italiani hanno bisogno di sentirsi valorizzati come meritano, non minacciati di provvedimenti se parlano di attualità in classe e sviliti dalle esternazioni della Gelmini di turno. Le scuole hanno bisogno di una cura e di un’attenzione che sia propositiva e che mal si coniuga con l’invenzione dei presidi reggenti, che diventano i meri amministratori di ambienti che non conoscono e non possono riuscire a conoscere nel poco tempo che hanno a disposizione! La scuola italiana ha bisogno di un Ministero della Pubblica istruzione. Non di un ministero dell’istruzione, come questo dicastero è stato ribattezzato nelle ultime legislature.
Non si può permettere che l’istituzione considerata il “laboratorio del vivere democratico” sia estraniata dalla vita di tutti i giorni e venga vissuta in uno spazio estraneo, di disinteresse comune.
Perché gli studenti vogliono imparare a sognare come sognarono i matematici, i filosofi ed i letterati che immaginarono questo mondo. E perché vogliono imparare a vivere insieme, in una comunità inclusiva e non sempre alla ricerca del diverso, declinato come lo straniero o l’asino, sempre da allontanare, bocciare, mettere nelle classi ponte dai monarchi assoluti delle aule, che spesso si coprono di queste vesti perché anche loro insoddisfatti e lasciati soli dalla società.

“Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere” sosteneva Calamandrei, padre costituente. E una scuola autoritaria prepara una società autoritaria, una scuola democratica una società democratica, una società costituzionale.
E se vogliamo continuare a vedere il declino culturale e morale del nostro paese basta continuare su questa strada. Continuiamo a dimenticarci della scuola, o a disegnarla secondo i dettami del più becero capitalismo umano!
Se invece crediamo ancora in un’Italia democratica allora investiamo nella scuola, nella formazione e nell’istruzione. Ma non come si può investire in un’azienda, dove la scelta è basata solo su proporzioni, numeri e valori di borsa come vorrebbero essere nella scuola le prove INVALSI. Ma investiamo con vera fiducia, facendo capire agli studenti che sono la risorsa di una nazione, che la loro creatività è un valore per il futuro dello Stato, non un peso ai bilanci perché bisogna organizzare le attività ex-DPR 133 e la giornata dell’Arte e della Creatività studentesca.
Possiamo esserne sicuri. I risultati arriveranno!

marco castelli



mercoledì 20 febbraio 2013

"Lamento ad un'ipotetica platea interessata alle tristi sorti della scuola pubblica" - prima parte


  […] è l’aspetto più sconcertante della vostra scuola: vive fine a se stessa. […] Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle cose belle che studiano. Lingue, storia, scienze, tutto diventa voto e null’altro […] Le materie più belle e diverse tutte finalizzate lì. Come se non appartenessero a un mondo più vasto che non quel metro quadro tra la lavagna e la cattedra”
(Lettera ad una professoressa; Scuola di Barbiana)


Il mio primo obiettivo nel breve intervento qui oggi è quello di provare a sfatare un mito purtroppo molto diffuso, e cioè quello che gli studenti odino imparare, odino studiare. Non è vero. Gli studenti non odiano studiare, non odiano parlare di filosofi, scienziati e letterati, ma spesso non sopportano la scuola. O almeno quella che oggi, è la scuola.
Dovrete anche accettare che è difficile appassionarsi, è difficile “amare il sapere”, come suggerirebbe la parola “filosofia”, in delle aule che cadono a pezzi, seduti su delle sedie scomode, dopo essersi svegliati alle sei e trenta e durante una lezione frontale nella quale spesso è difficile esprimere le proprie posizioni in libertà.
Che tuttavia agli studenti piaccia stare a scuola è evidente, ma in una scuola che li ascolti e li valorizzi. Una scuola che metta lo studente, non il voto o il programma, al primo posto. Si guardi quanti ragazzi frequentano i corsi pomeridiani auto-organizzati, e quanti le attività extra-curricolari offerte dalla scuola. Agli studenti piace vivere la scuola, e piace approfondire le materie curricolari che, se spiegate loro con la continua minaccia del voto, se discusse negli spazi ritagliati dalle interrogazioni, se spiegate in fretta perché “c’è un programma da terminare”, perdono gran parte del loro senso.
Venite alle attività scolastiche aperte alla cittadinanza, vedrete lì l’impegno e la voglia dei tanto criticati giovani d’oggi!
Ma perché non si può continuare su questa strada per quanto feconda? La risposta è semplice, è la parola più odiata dagli italiani e dai popoli europei in questo periodo: tagli.
Tagli su tagli, che nell’ambito scolastico si declinano dai tagli ai fondi per il diritto allo studio ai tagli al personale.
Ed ancora più difficile è credere nella politica, nella buona amministrazione, quando si scopre che se la tua scuola non ha i soldi per riparare i gabinetti rotti è perché lo Stato, il MIUR, le devono da dieci anni delle enormi cifre e che queste istituzioni temporeggiano solo per aspettare che su queste somme cada la prescrizione. Un milione e mezzo sono i soldi che solo le scuole superiori bresciane hanno anticipato senza più rivederli allo Stato. Quanti corsi di recupero, quanti incontri pomeridiani, quante attività extracurriculari o stage si potrebbero organizzare con questa somma?
Per gli studenti è difficile fidarsi della politica, ed i risultati si vedono nel proliferare di movimenti di “antipolitica” e dal preoccupante dato dell’astensionismo, perché il non restituire quei soldi alla scuola è una volontà politica prima che una necessità economica, altrimenti, pian piano quei soldi sarebbero ricominciati a tornare nelle casse scolastiche, e non sarebbero andati a finanziare le scuole private e paritarie o il “training day”, quella comica parata militare a cui sono invitati a partecipare gli studenti bresciani. E così le parole della Costituzione, degli articoli 11, “l’Italia ripudia la guerra”…,  e 33, “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo stato…,  sono sempre più lontane…
Tuttavia oggi sembra che si sia trovato il rimedio a tutti i problemi dell’Istituzione scolastica: il miglioramento tecnologico dell’Offerta Formativa. Si comincia persino a proporre, nei Consigli d’Istituto, di diminuire le attività di approfondimento con relatori esterni ed utilizzare i fondi così risparmiati nell’acquisto di dotazione tecnologica.  Ma questo illusorio paravento ideato per nascondere la situazione reale della vita a scuola non può e non deve diventare il lume votivo a cui dedicare interi bilanci scolastici per seguire le deleterie leggi che non tengono nemmeno conto della situazione dell’edilizia scolastica. Forse si pensa che le scuole diventino statisticamente più sicure se ci sono più LIM! Non lo so, io pensavo bastasse controllare i muri portanti ma probabilmente mi sbagliavo! Riempiamo le scuole di LIM e proiettori!
Per non parlare poi del registro elettronico, che da strumento per tenere informati i genitori dei progressi scolastici dei propri figli rischia di diventare, se non utilizzato con criterio ma semplicemente fornito con obbligo di utilizzo a tutti i docenti, come effettivamente accade, il metodo per estraniare completamente la componente studentesca dal processo di apprendimento. Il voto viene inviato a casa, chi segue la correzione se ha già salvato il risultato nella memoria del computer? E chi me lo fa fare, a me, ragazzo, di confrontarmi con la professoressa alla fine di un’interrogazione per compiere anche un’operazione di autovalutazione personale e di critica costruttiva sia ai nostri metodi di studio sia ai metodi d’insegnamento se tanto mi arriva il voto a casa. Che voglia ho di capire un procedimento se tanto l’unico aspetto edulcorato dall’Istituzione è il risultato?
E forse la cosa più eufemistica è che mentre pensiamo di doverci mettere in pari con chissà quale avanzamento della tecnologia nella scuola è di circa un anno fa la pubblicazione di uno studio del New York Times che evidenzia come nelle scuole dalle rette stratosferiche dove studiano tutti i figli dei più grandi manager di Cupertino, è completamente vietato l’utilizzo di qualsiasi device tecnologico. Perché le persone che lavorano con come unico fine l’innovazione tecnologica sanno che questa è uno strumento e nulla più. Non un modus operandi né la panacea dei problemi della scuola come si vuole farci credere.

[segue]

marco castelli



venerdì 15 febbraio 2013

Una politica da cambiare - lettera di alcuni studenti

È non solo inutile, ma anche irresponsabile, nascondersi dietro al falso mito della «cattiva politica»: la politica non è né buona, né cattiva in sé, ma è semplicemente lo specchio della società che la costruisce.
La nostra società ha lasciato che la politica diventasse vecchia, corrotta, individualista e autoreferenziale; ora tocca a noi cambiarla. E per cambiarla serve impegno, perché fare politica non significa solo votare, ma anche informarsi, informare, discutere, proporre, provare a costruire con gli altri e per gli altri. La politica è un'opera in costruzione, un cantiere aperto, un contenitore che noi dobbiamo riempire con le nostre idee. In particolare noi giovani abbiamo il dovere di attivarci, perché criticare ciò che ci viene proposto non basta: bisogna impegnarsi per costruire insieme qualcosa di migliore.
A chi dice che un singolo voto non conta nulla, rispondiamo che tutti i voti, come è giusto che sia, contano uguale.
A chi dice che la politica è un mondo isolato, rispondiamo che è nostro dovere avvicinarci ad essa.
A chi dice che la politica non cambierà mai, rispondiamo che, se la si vuole cambiare, bisogna agire politicamente in prima persona.
È arrivato il momento di lasciare da parte l'indifferenza, di rifiutare il criticismo a priori. Iniziamo a costruire la politica: non è solo un nostro diritto, è un nostro dovere.
«Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo».

Anna Paola Zani, Carlo Genalizzi, Edoardo Cipani, Ester Zangrandi, Guido Lanfranchi, Luca Sbaraini, Marco Castelli, Matteo Licini, Samuele Fasanotto, Valeria Zito UN GRUPPO DI STUDENTI DEL LICEO CALINI BRESCIA


Link alla lettera sul sito del Bresciaoggi: http://www.bresciaoggi.it/stories/164_lettere/470070_una_politica_da_cambiare/

giovedì 20 dicembre 2012

Occupazione. Autogestione. E poi?

Finito anche per l’anno 2012 l’autunno caldo penso sia ormai necessario fare qualche riflessione su come si sia svolto e su che conseguenze abbia portato soprattutto nella nostra realtà scolastica. Il fatto che è, ovviamente, emblema di tutte queste nostre agitazioni a livello d’Istituto, è stata l’occupazione-autogestione che ha avuto luogo dal pomeriggio del giorno 4 alla sera del giorno 7 dicembre.
Lasciando da parte la discussione, ormai inaridita su posizioni contrapposte ed inconciliabili, sull’utilità o meno dell’occupazione (il mio parere è contrario, ma penso che servirebbe un altro articolo per spiegare le motivazioni), non si può negare che in questo caso abbiamo dato il via ad una bella autogestione. Non si sono verificati troppi problemi di ordine interno (eccetto il caso del furto delle casse audio ad opera di alcuni esterni, subito controllato anche se con il triste, ma necessario, intervento delle forze di Polizia), ed è stato organizzato un interessante programma di incontri, che ha portato nella nostra Aula Magna quasi tutti i candidati sindaci alle prossime amministrative ed anche un sindacalista di fama nazionale come Giorgio Cremaschi.
Tuttavia è secondo me necessario dividere due aspetti fondamentali: quello emozionale ed attivista e quello puramente razionale e probabilmente anche più difficile da analizzare durante il susseguirsi delle vicende.
Dal primo punto di vista, come già detto, la nostra autogestione (di tutti gli studenti e di tutti i caliniani, sia di quelli che sono stati in classe, sia di quelli che hanno dormito a scuola la notte) è stata un successo quasi totale: i corsi sono stati molto ben organizzati, la partecipazione agli stessi ed alle varie assemblee è stata più che discreta e nelle strutture della scuola, a differenza degli anni scorsi, non sono stati riscontrati danni. Un vero successo quindi, che grazie al lavoro di molti ragazzi, sul cui attivismo ha forse influito anche un quinquennio di azione studentesca all’interno dell’istituto ridimensionata da una forte presidenza, ha portato a compimento il nostro obiettivo di informare parte del Calini su alcune procedure legislative che nei prossimi anni rischiano di modificare per sempre il volto della nostra Scuola ed il nostro rapporto con essa.
Ma qui entra in gioco l’aspetto forse più nascosto di questa agitazione ma, secondo me, necessario ad una riflessione approfondita: fare due giorni di occupazione era quello che si voleva o è stato un compromesso preso alla cieca e forse non rispettante quello che davvero si cercava?
Lasciando da parte tutte le discussioni sulla politica del contenimento del danno messa in atto dalla presidenza (che poi si è macchiata della colpa di far uscire le circolari in ritardo: svista o mancata presa di responsabilità di fronte ad una situazione comunque rischiosa?1), sulle quali si dovrà confrontare il corpo docenti, credo che sia sull’accettazione dell’autogestione che la nostra analisi è venuta meno, forse presa in errore di fronte a prospettive usualmente negate come l’autogestione e, in seguito, dinnanzi alla buona riuscita della stessa: cosa abbiamo ottenuto davvero?
Cosa resterà negli statuti, nel POF, nel regolamento d’Istituto dopo questa nostra protesta?
Abbiamo informato? Sì, certo, ma solo quelli che erano già per loro indole interessati a farlo, dato che coloro che volevano sono comunque rimasti in classe, forse ancora più seccati e testardi nelle loro opinioni. Abbiamo mostrato la forza degli studenti? Sì, a costo di accuse fra compagni di classe di essere crumiri, a costo del compromesso “entro quest’ora con la profe che mi segna assente ed esco quella dopo” e dei metodi per saltare le verifiche. Abbiamo ottenuto l’attenzione dei professori? Sì, quelli che hanno condiviso la nostra lotta hanno anche pubblicato una lettera sul Bresciaoggi2, ma sono meno di un decimo del numero totale dei docenti e sicuramente ci avrebbero sostenuto anche con altre forme di protesta. Abbiamo costruito qualcosa che resterà? Questo purtroppo no: abbiamo “fatto”, ma non abbiamo “costruito” niente…
Se la legge Aprea-Ghizzoni dovesse passare non saremmo riusciti a costruire nessuna linea di confine, nessuna barricata sulla quale potremmo fermarci e dire: “Questo al Calini no!”; “La rappresentanza degli studenti al Calini rimarrà intatta” o “Nonostante i tagli non ci toglierete le attività ex-DPR 133!”. E pensare che ci avremmo potuto provare! Avevamo i numeri e la forza per provare a fare qualche richiesta alla dirigenza che non fosse la semplice pretesa di due giorni di autogestione ma fosse una certezza per il futuro: difficile da mettere sulla carta forse, in modi e metodi da studiare, ma di sicuro ancora più difficile da togliere e molto più coerente con la nostra protesta.
Perché non si è tentato nonostante gli inviti in questo senso? Magari perché per molti (non per tutti ovviamente) è più facile impegnarsi sapendo che per due giorni non si hanno interrogazioni e verifiche invece di lavorare con il rischio di ritornare in classe se le richieste sarebbero state accettate?
Infine non posso non sottolineare come la nostra autogestione si sia svolta sulla falsariga dei Dies Fasti (come all’Arnaldo si è svolta sui modelli del loro Schola Ludens) e di come ciò credo possa condurci a fare una riflessione su come questi aspetti della nostra vita scolastica, un tempo quasi rivoluzionari ed oggi regolati e programmati dal POF, ci condizionino e si configurano ai nostri occhi come stereotipi di vere riappropriazioni della scuola.
Ma allora perché, nonostante ciò, quando si deve davvero decidere il titolo ed il programma dei Dies Fasti tutte le centinaia di ragazzi che votano “occupazione” ed “autogestione” si riducono, materialmente, alle solite quattro persone? Ci saranno di sicuro problemi di comunicazione, e tutto quello che si vuole, ma che senso può avere rincorrere “magnifiche sorti e progressive” senza che venga effettuato una vera e forte riappropriazione delle forme già esistenti e che ci dimentichiamo di frequentare considerandole erroneamente “vecchie” e “noiose”?
Non è forse il caso di tentare un’occupazione metaforica  e democratica dei contenitori che la scuola ci offre e che sono stati anche ottenuti dagli studenti nel corso degli anni per esprimere i nostri pareri ed i nostri disagi piuttosto che un’occupazione fisica ed autoritaria della scuola stessa? Non ci si renderebbe più credibili in questo modo? Non si potrebbe costruire qualcosa di condiviso e duraturo?
E questa non vuole essere una provocazione rivolta a coloro che negli anni prossimi si troveranno ancora in situazioni critiche di protesta, ma un invito rivolto a tutti noi, che ogni giorno viviamo la Scuola e la costruiamo, nel bene e nel male, con i nostri comportamenti ed il nostro interesse.
La Democrazia e le Istituzioni si plasmano ogni giorno, non solo le prime settimane di dicembre.


marco castelli


1: Nel caso qualcuno si fosse fatto male, senza una ben precisa circolare della dirigenza, la colpa sarebbe stata del docente che aveva permesso allo studente di non stare in classe. Con una circolare che permetteva e spiegava le forme dell’autogestione, la colpa sarebbe stata invece del preside.



domenica 25 novembre 2012

Distacco - racconto secondo classificato al premio Dies Fasti 2012


Distacco

Albeggiava, secondo l’orologio in metallo nero posto sulla colonna in centro alla stanza spoglia. Albeggiava come tutte le mattine prima e, forse, anche dopo, se ci fosse stato qualcuno capace di rendersene conto. Era così ogni risveglio: sentivano il ritmico rumore gracchiante della sveglia, si alzavano, si vestivano e si guardavano. Ma non era stato sempre così: prima piangevano anche, nel capire che avrebbero avuto davanti un altro giorno, solo che ora, probabilmente, i loro occhi erano troppo stanchi anche per liberarsi dalle lacrime.
Oppure era la malattia che non glielo permetteva più. Era strano, perché parlavano di tutto tranne che della malattia. Il passato sembrava rivivere nelle loro lente, allenate, automatiche conversazioni, ma il morbo non vi compariva mai. Era strano perché era per quello che la coppia si trovava lì. Non si sa molto di loro, e nemmeno quei due, forse, sapevano ormai molto su loro stessi. Si sa solo che avevano subito il bacio di quella sconosciuta sindrome. Avevano sentito il proprio corpo ribellarsi contro sé stesso e contro loro stessi. Peggio della follia. Finché è la mente che ti tradisce, si può ipotizzare che tu non te ne accorga, ma quando, all’improvviso, il corpo ti viene meno, quello stesso corpo che ti faceva camminare la mattina per andare al lavoro, provare i vestiti e giocare a pallone coi figli, e quando quelle mani con le quali scrivevi, guidavi, suonavi la chitarra sono ammutolite, non puoi non sentire quel brivido ancestrale da bestia braccata, ferita, in pericolo, già carcassa per iene.
Probabilmente avevano sentito insieme lo schiaffo che il mondo impaurito dava loro come ultima sentenza medica, come una carezza resa ancora più dolce dal senso civile che il mondo dava a quel loro esilio. Forse l’ultima carezza che avevano sentito.
Era da tempo che ormai erano lì. Loro, per primi, in un bunker, sotterrati mentre la malattia fuori, probabilmente, stava cominciando a prendersi la loro indesiderata vendetta.
Il più intraprendente dei due aveva provato ad accendere una piccola radio che gli era stata data in dotazione al momento dell’esilio, ma con un movimento errato l’aveva subito rotta. E mentre loro appassivano il mondo fuori era, come in uno strano esperimento fisico, sommerso o salvato allo stesso tempo.
Era stato facile rompere quella piccola radio da parte dell’intraprendente. Ci avrebbe dovuto pensare, avrebbe dovuto ascoltare i consigli dell’altro reietto. Ascoltare anche il suo corpo muto, che non gli dava nessuna informazione.
Era quella la loro lenta maledizione: essere senza tatto. “Alla fine il tatto è un senso inutile”, si erano detti in principio. Era il resto che li aveva spaventati fin dall’inizio, quel cancro che appiccicava loro addosso una data di scadenza come alle scatolette di surgelati. E poi?
Ed il poi non c’era mai. O per lo meno non era ancora arrivato, sempre che quell’essere chiusi in attesa della fine non fosse, dopo tutto, un coma, una morte senza alcuno stato di decomposizione.
L’intraprendente aveva anche pensato, quando ormai stavano cominciando ad accumularsi negli angoli della stanza le piccole confezioni di cibo, simbolo tangibile dei giorni che si andavano ammassando gli uni sugli altri in quell’agonia, che si sarebbe potuto provare ad aprire una delle prese d’aria che davano sul mondo esterno. “Tanto - riteneva - i filtri saranno ormai scaduti, e non avranno più di sicuro alcuna utilità e funzione”. Era stato il cauto a doverlo trattenere, sostenendo che non era giusto fare così, che loro erano sempre un pericolo per la nazione. Ormai per loro era finita: non aveva senso mettere in pericolo altri per una loro brama infantile di vedere come proseguiva, se mai stesse proseguendo, la vita fuori, la vita vera. La discussione continuò ed i toni si accesero sempre più finché, all’improvviso, l’intraprendente si fermò. L’uomo sorrise, per un attimo lo sguardo sembrò tradire una congenita voglia di giocare, di scherzare, di perdersi nella propria disabilità con il sorriso, prima che la cappa degli anni non tornò a soffocarlo, a obbligarlo ad una supposta responsabilità verso la nazione. Si girò e chiuse l’apertura con violenza. Erano ora in piedi uno accanto all’altro. Il cauto, quando si stava ormai spegnendo il sottile soffio di un’apertura sigillata che torna a chiudersi, abbassò le palpebre, respirò, e cercò piano la mano al compagno. Provò semplicemente a ristringere quei legami umani che morivano ogni giorno nella paura e che solo quando ormai le paure non esistono più possono davvero umanamente ricongiungersi. L’intraprendente non reagì. Non se ne accorse. Ci volle qualche denso secondo di immobile attesa prima che lentamente, con la coda dell’occhio scorse quel gesto.
Sorrise. Pensò quantomeno di farlo, non sentendo alcuna risposta dalle sue labbra, non ricevendo alcuno stimolo dalla sua pelle muta. Provò a restituire il gesto, con scarso successo vista la difficoltà dei movimenti ormai disarticolati. Il cauto rispose quindi amaramente al sorriso dell’amico e ritornò a sdraiarsi, per dimenticarsi di un’altra giornata nel suo passato. ll suo volto non si mosse e, per volontà o per la sindrome, rotolò piano sulla sua gota una piccola lacrima. Si può pensare che la lacrima che gli spuntò dagli occhi fu solo un atto involontario dovuto all’avanzato stato della malattia o che fosse il fiore di un amore sbocciato senza il gusto ed il sapore propri dell’affetto, tagliato da un aratro incosciente. Come anche si può rinunciare a capire e, semplicemente, giocare a trovarvi dentro la propria immagine, riflettendocisi.
E si è dimenticato se il filo delle loro storie, del loro amore insensibile, sia stato tagliato prima dalle Parche o da un morbo cieco o da un’umanità ammalata.

giovedì 8 novembre 2012

Quocumque - racconto finalista nel concorso Subway Letteratura


Quocumque

Non si sa mai cosa si può trovare negli scantinati dei vecchi palazzi metropolitani. Di solito ombre e polvere. Scatoloni numerati  e scatole degli attrezzi arrugginite. E, tra i Ricordi e i Desideri, dei castelli di carte. Tanti castelli di tarocchi che mai videro la luce del sole e che mai nemmeno presero il nome di Sogni: sembrerebbero certezze, o meglio, Fantasie diventate certezze per consunzione della mente.
 Si racconta che ogni tanto capiti che una leggera brezza, entrata da una qualche finestra lasciata aperta, alzi un po’ di polvere e faccia cadere la torretta di queste fortezze: la cima dell’iceberg delle nostre troppo folli o eccessivamente razionali sicurezze, l’ultimo anello di queste nostre auto-imposte catene. Talvolta accade anche che la polvere sollevata prenda la forma di alcuni di questi tarocchi caduti, acquisendo l’immagine delle due carte, delle due figure, che formano la torre: e pertanto della carta uno del mazzo, lo scienziato, e della carta numero zero, che rappresenta il matto.
 Si trovarono così, anche in quel giorno di torrida afa metropolitana, a fronteggiarsi due numeri, due personaggi , due idee, due filosofie…due ombre quindi.
Il signore vestito bene tirò fuori un orologio a cipolla. Squadrò il compagno: «Abbiamo poco tempo» disse. L’altro, dai vestiti stracciati, sorridendo vacuo rispose: «No. Tu hai poco tempo. Io non considero il tempo: è sempre lo stesso. Io non cambio guardaroba con le stagioni. Non mi interesso quindi del tempo io.» «E si vede», ribatté il signore ben vestito in tono sprezzante, donando un secondo di commiserazione alla figura seduta in modo scomposto sul pavimento e chinandosi subito a disegnare delle linee parallele nella polvere del pavimento, sotto lo sguardo disinteressato dell’altra ombra. In breve tempo quelle righe, tracciate con gesti metodici e precisi, cominciarono a prendere la forma di una scacchiera, del campo di battaglia più violento al mondo. L’immagine del matto sembrava quasi non voler prendere parte a quello strano rito, come se ne fosse stata costretta dal Fato o Caso stesso: non da una sua precisa volontà. Solo quando dal panciotto l’ombra del savio tirò fuori i pezzi del gioco un breve sguardo gli cadde sugli sporchi riquadri del pavimento racchiusi fra le varie linee appena tracciate. Sospirò. «Dobbiamo davvero?» chiese, e vedendo il cenno d’assenso dell’altra ombra si mosse, tentando di risultare composto davanti alla scacchiera sulla quale avevano preso già posto tutte le pedine del gioco. Erano pedine bianche e nere, ma erano pedine strane, erano pedine con forme strane  e che rappresentavano personaggi diversi per i due contendenti, sempre che si potesse dire che possedevano un’immagine sola. Il bagatto cominciò facendo avanzare uno dei suoi bianchi pedoni. «Mi lanci la rivolta?» disse sorridendo. Il matto chiuse gli occhi e mosse una pedina a caso davanti a lui. I due giocatori in quella sporca cantina lo sapevano: da qualche parte del mondo si stava preparando una rivolta contro una violenta dittatura. Si era pronti allo scontro fra servi del potere e schiavi dell’idea. Lo immaginavano e ne prendevano atto giocando quella partita, rappresentando e guidando quei lontani destini. I pedoni si avvicinarono anche durante la mossa successiva: si fronteggiavano ora in una lontana piazza le due distanti fazioni. Il bianco mosse allora il cavallo al centro della scena, mentre il nero continuava a mandare avanti a caso i suoi pedoni, i suoi guerriglieri. Il cavallo sembrava nitrisse dalla sua posizione privilegiata nel cuore della partita. La sua essenza si poteva sentire nella brezza che entrava nella finestra: il suo esistere sia come camionetta che avanza tra i cassonetti bagnati di fuoco e l’odore aspro dei lacrimogeni, sia come professore che spiega appassionato le Categorie di Aristotele, nel torpore umido di un’Aula Magna alle prime ore dell’inverno. Come portando avanti un infantile tentativo d’imitazione, anche la carta numero zero fece avanzare la cavalleria: nell’ordinata aula universitaria un vecchio greco condannato per empietà stava spiegando le ragioni del relativismo personale e della maieutica. Seccato per questa interruzione, il professore lasciò la parola alla slanciata figura di un giovane tedesco, arrivato sotto forma di regina, che sognava l’ordine matematico, e la risoluzione degli ultimi problemi logici nella stessa: nei suoi occhi la Tour-Eiffel, nella sua testa un mondo ancora vergine della crudeltà umana. Nel frattempo, dirimpettai si squadravano un pallido Cicerone e, fiero nelle sue ombre, un giovane Catilina, che scrutavano il proseguire dello scontro dal centro delle rispettive schiere, e si meravigliavano della forza retorica del giovane tedesco, a cui però il giocatore nero rispose, sempre tentando di copiare le mosse dell’avversario, mostrandogli lo statico crollo dei suoi sogni con un giovane Gödel, ancora stupefatto per la sua dimostrazione e per l’aver appena bloccato la regina avversaria esattamente come il cavallo bianco aveva prima rotto i sogni dei pedoni neri. I due romani guardavano con interesse la scena: sicuramente non capivano le raffinate argomentazioni logiche che rilucevano nell’aula universitaria o gli slogan che si vomitavano nella lontana piazza. Ma avevano forse capito il significato di quel gioco, e questo gli bastava. Non era una partita che aveva un senso, come la vita scorreva e appassiva nei momenti di piena e di secca del fiume personale delle emozioni: quel gioco era semplicemente la rappresentazione esemplare del pòlemos che sembra guidare ogni azione umana, quell’essenza di accogliente nonsense e di fredda razionalità propria della stessa esistenza umana, propria degli uomini, propria degli esseri che più di ogni altro sono pronti a sognare ed annichilirsi allo stesso momento.
La sfida rotolò avanti quasi per inerzia, come seguendo un copione che durante le varie riprese vede solo cambiare gli attori ma mai le battute. Non ci volle molto comunque ed impalpabili scommettitori avrebbero avuto vita molto facile dinnanzi ad una partita del genere…
«Scacco matto», declamò infatti dopo poco tempo una voce calma e profonda. Silenzio. Il matto rise: «Ho vinto quindi?» «No idiota. Hai perso. – ribatté il bagatto -  Hai perso come ieri e come l’altro ieri. Hai perso come sempre. Siamo ancora uno a zero per me, prima di ricominciare la stessa partita e dimenticarci questo punteggio come i mille precedenti.» «Uno a zero hai detto?» domandò il perdente, che dopo un rapido gesto d’assenso dell’altra figura continuò: «Hai notato? Sono come i nostri numeri…sì…i nostri numeri, le nostre essenze: io, zero, tu, uno…» «Sì, bene. E cosa cambia. Dai, smettila di guardarti intorno e aiutami a ridisegnare la scacchiera, essere inutile.» «Senza  zero, senza di me, non lo fai mica però l’alfabeto dei computer…la cosa tua, quella cosa matematica, importante, ne ho sentito dire…» tentò, con un moto d’orgoglio l’ombra.  «Il codice binario vorresti farmi intendere? – sorrise l’azzimato signore - Ma cosa c’entra? Lo sai, te l’ho già detto: il tuo unico scopo è essere il mio compagno di giochi. È farmi divertire… è inchinarti dinnanzi alla mia mente. La tua utilità è mettere le tue illusioni, i tuoi sogni, le tue ideologie, e sì, i tuoi castelli di carte davanti a me: a me, non illusionista, mago, a me, non sognatore, politico, a me, non idealista, venduto. Io sono il fumo di macchina a vapore pronto a far crollare i tuoi castelli di carte. E il bello è che lo sai anche tu. Ma non puoi capirlo. Non hai la capacità per capirlo.» Ci fu una lunga pausa prima che l’ombra dai vestiti sgualciti smise di fissare con interesse uno scatolone e si decise a rispondere: «Ma noi qui stiamo insieme…dovunque siamo insieme!» «Sì, hai ragione effettivamente. –disse pensoso la figura ben vestita- Solo raramente stiamo separati. Dovunque siamo, nel contrasto, uniti. Ma cosa vuol dire ciò, se non che sei il mio giullare? Avevi ricordato i numeri no? Io uno e tu zero, vero? Ti sei mai chiesto cosa faccia uno più zero, pezzente? Fa uno mio caro. Fa uno. Vinco io. Sempre.» La leggera corrente che attraversava la stanza e permetteva questo curioso teatrino stava cominciando ad affievolirsi, come se sapesse che il tempo della rappresentazione stava finendo, che il suo lieve soffio era richiesto per far sollevare un qualche lontano Livingstone da una qualsiasi sperduta scogliera. Tuttavia era strano come la figura del folle perdesse una consistente quantità di polvere dal viso: il venticello avrebbe dovuto ancora reggere il suo caduco corpo. Sembrava quasi che stesse piangendo. «Ma non siamo solo noi vero? Noi siamo tanti Noi. Noi siamo qua e là, noi siamo giù e su, vero? Ma noi siamo…vero?» riprese lamentosa la figura perdente. «No, noi non siamo. Ma sì, noi siamo dovunque. Direi quasi che ci stiamo moltiplicando negli ultimi tempi. Che queste nostre partite stiano diventando sempre più frequenti…», ribatté seccato l’altro. «Moltiplicato…cosa vuol dire?» insistette l’ombra del matto. «È un’operazione, come la somma di prima, stupido. Celere che dobbiamo ricominciare!» rispose veloce la carta del bagatto, cominciando a raccogliere i suoi pedoni.  «Solo un attimo. Un ultimo attimo. Hai detto che siamo moltiplicati. E cosa facciamo noi moltiplicati? Cosa facciamo?» Ci fu un secondo di silenzio prima che il numero uno scoppiò in una fragorosa risata. «Di quanto vinci tu,-insistette l’ombra che, forse a causa del pianto, stava già diventando più evanescente-  se siamo moltiplicati? Dai! È la mia ultima problema! Dai! Perché ridi?» Questa domanda si spense nel riso sempre più convulso del bagatto, che da risata divenne rumore, da  rumore, sottofondo, da sottofondo, sussurro, e da sussurro si disperse nell’ultimo alito di vento che fuggì da quella cantina.
Nessuno entrò in quel luogo per parecchi giorni. Solo un bambino, alla ricerca di nuove grotte e nuovi draghi da affrontare, vi si recò. Sulle orme del terribile Fiammadoro, non si curò molto del piccolo re da scacchiera rimasto a terra che schiacciò con un piede. Lo allontanò semplicemente con un calcio, subito dimenticandolo, preso dalle sue importanti incombenze.
Non saprebbe dirci di che colore era.


marco castelli