Ti conosco, Calini. Ti ho visto in tutte le luci del
giorno e della notte. Più volte ho visto il tramonto dal ballatoio. Meno frequentemente
l’alba, ma quelle occasioni sono forse ricordi più belli. Conosco alla
perfezione quanto tempo ci mette la macchinetta a fare il caffè espresso senza
zucchero: è ormai un automatismo prenderlo senza nemmeno controllare se è
pronto. So quanti scalini ci sono tra un’ala e l’altra. So quali sono gli
ingressi per i sotterranei e come relazionarmi con ogni bidello o segretaria.
Ma tu forse sai più di me di quanto io potrò mai scoprire
su di te. Non lo so. Non so nemmeno se mi piacerebbe saperlo o no.
So che mi hai cambiato, Calini. Mi hai fatto mutare a
tutti i livelli. Mi ha cambiato in molte cose. Forse in troppe. Non so se sempre
in meglio. Mi ha insegnato allo stesso
tempo a rapportarmi con i miei compagni di classe, cosa che ho sempre avuto
difficoltà a fare alle medie, ed anche a sperare che fossero loro gli agnelli
sacrificali delle interrogazioni dell’ora successiva. Non è bellissimo… Hai ben
da dire tu che è la vita. “Bellum omnium contra omnes”. “I capponi di Renzo”.
Sì, certo. Ma forse preferivo per questo aspetto prima, quando la mia scuola
non era ancora una questione di sopravvivenza giornaliera contro il fato dei “numerini”
estratti.